Flesh

1_locandina“ A dio non la si fa “ ripete ossessivamente il Dottor Manson ne La Cittadella di Cronin. Il che equivale all’impossibilità di mentire a lungo a se stessi. Era dunque inevitabile che con la raggiunta maturità Massimo “Rizzieri” Paganini recuperasse quell’io che l’ha spinto agli studi artistici prima e condotto poi nel corso degli anni a girovagare per gallerie e musei, avido di immagini e novità…Ma tra installazioni e lightbox, la sua storia l’ha riportato al nudo, all’Origine del mondo, a quel primo piano con cui Courbet scandalizzò Parigi… E’ fotografica la pittura di Massimo , nel taglio modernissimo delle inquadrature (anche se in alcune opere quali Showing as a deposition recupera addirittura stilemi compositivi dal Mantegna) e per la materia sottile, tirata, quasi una emulsione, a non gravare ulteriormente su quei corpi pieni. No, diciamolo chiaramente, sono corpi grassi, dove l’opulenza della carne impera. Il primo impatto ci lascia smarriti: è uno schiaffo in pieno volto. Abituati al bello, siamo sconcertati di fronte a queste donne sguaiate. Sono corpi disfatti da maternità avute o inutilmente desiderate, sfiancate dalla vita e quelle bocche urlano la violenza e le ossessioni di casa ovunque abiti l’uomo.. Osserviamolo il climax ascendente dei Sette Vizi Capitali: la luce è fredda, allucinata e le cercate sfocature da sovraesposizione paiono nascondere occulte vergogne…Invidia, Avarizia, Superbia,Ira Accidia, Gola, Lussuria…. Già la lussuria…Certo ci sarà pure la preoccupazione per un corpo usato e mercificato…Ma in questa società da Rupe Tarpea è il corpo patinato ad esserlo. Qui invece abbiamo la carne vera, quella carne da macello, la viande di cui parla Deleuze, e quel compiaciuto autodisfacimento nel desiderio mirabilmente figurato da Bacon. E’ una tavolozza scarna a sfiorare questa carne infiammata e bluastra. Paganini non indulge a virtuosismi coloristici così come la sua luce appiattisce e placa, celestrina e a tratti spettrale, scontati bollori da orgia. Ricorda il realismo esistenziale quest’ uso del binomio luce-colore e l’esperienza tutta anglosassone di nomi quali Lucien Freud, Chantal Joffe nei ritratti fluidi e scorrevoli ed ancor più Jenny Saville che non paga della brutalità del suo pennello, affida alla fotografia la violenza di carni martoriate e schiacciate dalla gravità e costrette così per sempre alla terra…. Osserviamoli ancora un attimo questi corpi. In silenzio. Sono corpi che rifuggono dal noli me tangere, da malcelate anoressie, le natiche possono essere afferrate, i seni cadenti strizzati e il desiderio non è poi tanto nascosto. Osserviamo ora l’uomo che li guardi: non è un voyeur, li sta già toccando e quella carne che avvolge annulla ogni pensiero ed anticipa ogni desiderio. Sono donne pornografiche per un uomo. Osserviamo ora invece una donna: forse subito distoglie ed abbassa lo sguardo, ma è un attimo, poi li spia, e vorrebbe toccarli quei corpi, essere tra di essi, prova un’invidia neppure sottile per quel desiderio che mai è riuscita ad accendere, che mai ha provato. Sconcertati continuiamo ad osservare e a discapito di questa esuberante esteriorità ci pervade ansia ed angoscia. “Cosa chiedo ad un dipinto? Gli chiedo di stupire, disturbare, sedurre, convincere” (Lucien Freud).
Raffaella A. Caruso
9 Aprile/7Maggio 2011 – Palazzo Ottolenghi – Corso Alfieri 350 – Asti – Italy

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