BROKEN BONES

Image00023Si chiedono a volte all’Arte cose incomprensibili. Le si chiede persino di essere incomprensibile. Perché se gli occhi sono lo specchio dell’anima, è con l’anima che si guarda l’arte per ritrovarsi. E questo alibi del non capire lo si chiede inconsciamente per la paura di affrontare se stessi, il giorno, la notte, lo scorrere di ore sempre uguali, cercando una logica per evitare il pensiero di quella che è la fine. Certa.
Gli artisti il cui lavoro è immediatamente comprensibile sono quelli che hanno avuto il coraggio e l’onestà di guardarsi, dentro per regalare fuori emozioni, immagini, pensieri, parole. Il lavoro di Massimo Rizzieri Paganini è stato ed è un continuo confronto con se stesso. Lo è stato con il corpo dapprima in Flesh, personale d’esordio, lo è stato con i sogni e i ricordi di Mental disorders, lo è oggi con Broken Bones. La carne, il corpo, la mente, le ossa, la terrena cosmogonia della fatica del vivere. Nell’apparente quiete della vita normale la memoria può invece diventare disagio e il ricordo conforto… Ed è sempre una trouvaille lo spunto per il suo lavoro, che già appare ben delineato in cicli. Forse i primi turbamenti adolescenziali da rivista pornografica, delle calze di seta in un cassetto danno vita a donne che nulla hanno da nascondere, dalla carne vera e opulenta e a quelle luci livide da morgue dei sentimenti, che ancora riaffiorano a tratti in alcune sue composizioni. Per quanto la sua sia una pittura turbata e che produce turbamenti, il taglio è infatti sempre fotografico, l’inquadratura da cinema, la luce fredda e il tutto certo risente di una profonda conoscenza del contemporaneo. La carne è infiammata e bluastra, eppure la luce appiattisce e placa, sicuramente memore della lezione di Lucien Freud, Chantal Joffe, Jenny Saville. Così come in cinemascope scorrono rapide immagini più leggere e oniriche attraversate dal pop, dall’utilizzo dell’emulsione su tela, dove liquidità dal vago sapore fluo si alternano all’olio e colori della terra, simbolo delle radici che nessuno può spezzare. E le fotografie trovate in un cassetto diventano il rapido film di una vita passata che scappa in avanti più veloce dei sogni da ragazzo… Fin qui i pregressi. Oggi Rizzieri pare avere imparato bene la sua lezione. Toni e timbri riescono ad alternarsi nella piena congruenza stilistica facendolo ugualmente divenire più intimo: non ha più bisogno del filtro dei corpi altrui per mettersi a nudo e raccontare. Cosa racconta? La vita semplicemente. E la morte. Racconta di aver trovato in un cassetto le lastre rx del padre, ammalato. Suo padre oggi non c’è più. Rimangono ricordi, oggetti e le tracce dolorose della vita. Ecco in quelle immagini radiografiche l’autore legge non il male che avanza ma i segni di fratture pregresse più o meno saldate dalla vita, la possibilità di andare avanti, sempre e comunque. Dove nulla ha potuto la medicina e il tempo, l’artista interviene costruendo un improbabile scheletro come mappa boettiana in una sorta di pietas che pure svincola la devozione filiale dal dramma della morte e della malattia. O almeno la guarda con occhi diversi, misti di commozione e ironia, di rimpianto e consapevolezza. Broken bones map il grande neon che accompagna questo lavoro è il freddo e disincantato paradigma appunto di questa consapevolezza. Chiarito questo assunto il percorso di Rizzieri si snoda nell’esposizione sicuro e senza inciampi. Il ripae ulterioris amor di un corpo diverso nei dipinti della serie I have a…dream identificati, oltre che dal proprio titolo, ognuno da una sigla quasi per evidenziare la triste omologazione di certi bisogni, la percezione assurda del corpo come vera essenza del sé, slegata dal cuore. Così Body change e I don’t want to be fat and white… raccontano dell’immagine distorta del corpo, la deteriore identificazione in canoni che non ci appartengono sino all’annientamento di Into the tunnel. E’ scomparsa la lasciva abbondanza della carne e più che sul set di un film pornografico o dietro le tende del voyeur i corpi paiono su un tavolo autoptico sui generis. Sezionare il corpo per cercare l’anima… Paradossalmente una certa pruderie alla Lewis Carrol si avverte invece in quelle che parrebbero le opere più leggere e colorate, complici gli stilemi del pop. Parlo di Black Alice, dove flowers di warholiana memoria nascondono –colorandolo- il buio dell’infanzia negata e violata, parlo di Erotic bunny e di Joint warm, tutte tele del 2014 in cui è nuovamente affrontato -come fu nella serie Mental disorders- il tema del disagio. Si tratta però di un’angoscia più sottile, quella che accompagna il passaggio all’età adulta, il pericolo del buio e la paura di crescere, l’età dell’innocenza e la conoscenza del male spesso nascosto sotto mentite spoglie. Non ci abitueremo mai a riconoscere il male… Una natura spropositata e ostile, fitti canneti, funghi allucinogeni mettono in guardia lo spettatore e ogni foglia, ogni fiore avvisano che questo non è il paese delle meraviglie… Eppure in tanto apparente e disincantato pessimismo Rizzieri continua a sognare. O meglio il sogno per lui più che dimensione puramente onirica e compositiva (che invece raggiunge con la pratica di pittore) è la dimensione del ricordo. Un ricordo che si mischia al sogno perché perde dolore fatica rimpianto solitudine. Dunque Rizzieri sogna/ricorda in Smoke on the water 1 e 2 le sigarette sul bordo di un fiume e se furono momenti pensierosi e difficili solo le cicale che pare di sentire frinire possono dirlo… Qui nel ricordo tutto il resto scompare. E poco importa se il sogno di nuotare con Mao (I swam with Mao) fu un’assurda e colorata fantasticheria da bambino. L’autore lo ricorda ancora e lo vede oggi. Assolutamente contemporaneo. La dimensione del tempo è dunque una componente essenziale e il collante del suo lavoro. Sono quattro qui i dipinti che rappresentano in maniera scoperta il tentativo di ritrovare il tempo. E’ una ricostruzione che avviene sempre grazie a quel meccanismo di rinvenimento e di identificazione di cui dicevamo all’inizio. Basta un oggetto abbandonato, una cartolina, un’immagine, come nella migliore tradizione della Recherche e scatta improvvisa la magia di processi sinestetici. Qui l’immagine-simbolo di questo percorso emotivo e concettuale è una casa ritrovata dopo averla sempre vista da bambino nella foto scattata dai genitori, e riproposta dall’Autore in maniera seriale in un grande lavoro concepito come inusuale cruciverba a comporre il titolo I’ve found it e ancora come protagonista di altri lavori. Ricordare e sognare dunque rappresentano il tentativo poetico e pittorico di riportare tutto al contemporaneo, l’unica dimensione -pare dirci- che valga la pena di vivere. In questo senso vanno probabilmente letti gli interni domestici e i “ritratti” di visi familiari, presi da ieri e fissati nell’oggi per essere sicuro di averli ancora domani in un tempo che si sogna senza fine.
Antitesi e summa di questo percorso l’installazione finale, raccolta di oggetti che legati insieme potenziano il loro valore simbolico offrendosi allo spettatore in nuovi significati. E’ diventato una sorta di totem, di mantra questo modus operandi cui Rizzieri ci ha abituato anche nelle precedenti esposizioni. The big beauty riprende tutti i feticci del quotidiano occidentale e li propone come viatico a coloro che solcano i mari per raggiungerci. Un faro forse mendace come il canto delle sirene… La “solita” serie di cartoline, la statua di una Madonna e la Gioconda, e l’Uomo nero in cui dovremo specchiarci. Perché forse il nero non è sempre simbolo dell’oscurità e del male. Perché forse la neve non scende bianca e leggera sulle nostre città come nelle boule di vetro e perché forse la vita non è sempre come si immagina…
Raffaella A. Caruso